Dal 2016, Territoires Zéro Chômeur de Longue Durée (TZCLD) è una sperimentazione nazionale in Francia che mira a rendere concreto il diritto al lavoro per le persone disoccupate da lungo tempo. Oggi coinvolge 91 territori, 91 imprese dedicate e più di 3.500 persone impiegate, di cui il 25% con disabilità e oltre il 50% donne.
Il progetto si basa su un’alleanza tra sostegno politico, iniziativa della società civile e azione degli attori locali. L’approccio parte dal principio di “lavorare con le persone e non per le persone”, costruendo opportunità che tengano conto delle competenze, dei desideri e della realtà di vita di ciascuno.
Abbiamo intervistato Victoria Bazurto Botero, Head of Research dell’associazione nazionale TZCLD, e Jeanne Bot, Responsabile advocacy e vita associativa, per approfondire la natura del progetto, i fattori di successo, le sfide affrontate e le prospettive di sviluppo a livello europeo.
1. Dalla vostra esperienza sul campo, cosa rende “Territoires Zéro Chômeur de Longue Durée” un esempio efficace di Job Guarantee?
È probabilmente l’esperienza più ampia di garanzia di lavoro in Europa e forse nel mondo. Esistono progetti simili in altri paesi, ma spesso limitati a una sola città o a un’iniziativa locale. In Francia, invece, dal 2016 è in corso una sperimentazione nazionale che oggi coinvolge 91 territori e oltre 3.000 persone.
Pensiamo che TZCLD sia un esempio efficace perché è il progetto più sviluppato di questo tipo in Europa, ed è considerato un riferimento per molti attori europei nei campi dell’occupazione, dell’integrazione sociale e della disabilità. L’obiettivo è rendere concreto il diritto al lavoro per le persone private di occupazione da lungo tempo.
Uno dei fattori principali del successo è il sostegno politico, non solo a livello territoriale ma anche nazionale: senza di esso, sarebbe molto difficile realizzare l’obiettivo di rendere il diritto al lavoro una realtà. L’altro fattore fondamentale è che si tratta di un’iniziativa della società civile, mobilitata in tutti i territori coinvolti.
È un progetto che non pensa a lavorare “per” le persone, ma “con” le persone, tenendo conto della loro esperienza, della loro situazione familiare, sanitaria e sociale. Questo significa creare lavori “adattati alla persona”, coerenti con la sua realtà di vita e con i bisogni del territorio, che i partecipanti conoscono fin dall’inizio.
2. Quali sono stati i principali fattori di successo e le principali sfide incontrate nell’implementazione?
Il successo nasce dall’alleanza tra volontà politica, azione della società civile e impegno degli attori locali fin dall’origine del progetto.
In Francia, circa 2,5 milioni di persone sono disoccupate da lungo tempo e prima di TZCLD non esisteva una soluzione efficace per loro. La sperimentazione ha rappresentato una risposta nuova, un’innovazione. È nata come test e lo è ancora oggi, essendo formalmente una sperimentazione fino al prossimo anno.
3. Come garantite che i posti di lavoro creati siano significativi, non concorrenziali e adattati alle competenze delle persone disoccupate di lungo periodo?
Il progetto ha due pilastri: uno di questi è il Comitato Locale per l’Occupazione, luogo in cui tutti gli attori – economia sociale, imprese tradizionali, amministrazioni – si riuniscono per discutere come trovare soluzioni alla disoccupazione di lunga durata e garantire l’accesso al lavoro a tutti.
Quando viene identificato un bisogno, si verifica insieme se l’attività che si vuole creare sia competitiva o meno. Se non lo è, deve essere complementare all’economia esistente e utile allo sviluppo del tessuto economico locale.
Il lavoro viene sempre adattato alla persona, tenendo conto di ciò che vuole fare, di ciò che non vuole fare e di ciò che è pronta a imparare, indipendentemente dal curriculum precedente.
4. Quali sono stati gli impatti più trasformativi sull’individuo e sulla comunità?
Uno degli aspetti più innovativi del progetto è il cambio di logica nelle politiche pubbliche per l’occupazione: la disoccupazione non è più considerata una responsabilità individuale, ma una questione collettiva. Tutti gli attori del territorio diventano responsabili e decidono di agire insieme.
Per le persone, l’impatto è enorme: dopo anni di isolamento sociale – spesso cinque o sei anni – il progetto restituisce autostima, fiducia e partecipazione. Per la comunità, significa avere nuove attività utili, molte delle quali legate alla transizione ecologica e alla cooperazione sociale, che rafforzano il tessuto produttivo e la coesione sociale.
5. Dopo diversi anni di attuazione, come si è evoluto il progetto? Ci sono stati cambiamenti significativi nelle strategie o nelle priorità?
La prima fase, nel 2016, era molto piccola: solo 10 territori. L’esperienza di questi primi anni ha permesso di introdurre una nuova legge che ha reso possibile passare a oltre 60 territori nella seconda fase. Un cambiamento importante è stato il finanziamento strutturale per i Comitati Locali, riconosciuti come base fondamentale del progetto.
Oggi la cooperazione tra attori dell’occupazione, dell’inclusione sociale e della disabilità è ancora più centrale. Il progetto è diventato più flessibile, adattandosi alle esigenze dei territori e rafforzando le squadre locali.
Attualmente oltre 3.500 persone sono impiegate nelle imprese create dal progetto; il 25% di loro ha una disabilità e oltre il 50% sono donne. Questo riflette anche la capacità del modello di offrire opportunità lavorative che permettono di conciliare vita professionale e personale.
6. È possibile realizzare un programma di Job Guarantee a livello europeo? Cosa servirebbe per renderlo realtà?
Crediamo sia possibile. Il diritto al lavoro è presente in molti testi fondamentali internazionali ed è un diritto universale. Da due o tre anni portiamo avanti azioni di advocacy a livello europeo e internazionale per presentare il progetto e convincere che si tratta di una questione politica fondamentale per i diritti sociali.
Collaboriamo già con paesi come Belgio, Paesi Bassi, Germania, Austria, e con organizzazioni in Africa interessate a replicare la metodologia. Nonostante le differenze nei sistemi politici e amministrativi, è possibile adattare il modello.
Un segnale positivo è arrivato dal primo bando europeo per iniziative simili, con 23 milioni di euro destinati a progetti di Job Guarantee: potrebbe essere il primo passo verso una strategia europea sostenuta da finanziamenti stabili, come avvenuto per l’occupazione giovanile.